‘’Benvenuta nel Paese dove nasce il sole’’: sono queste le prime parole che ho sentito pronunciare, in un inglese stropicciato, il giorno del mio arrivo a Tokyo. E così è iniziato il mio viaggio in Giappone.
Il mio autista mi stava aspettando già da un po’ agli arrivi, ma nonostante l’attesa mi ha sorriso appena ha visto che ero lì, ferma vicino alla sua Toyota, con gli occhi che sorridevano. Con una mano trasportavo il trolley stropicciato dal lungo viaggio, con l’altra reggevo un pacchetto di sfogliatelle ricce che dopo 12 ore erano ormai diventate cartapesta.
Il sole splendeva davvero quel giorno, e ricordo che la prima cosa che vidi fu il simbolo della città: il Monte Fuji, così maestoso e così simile nella forma al mio Vesuvio. Mi sono sentita a casa.
L’aria di Marzo era ancora pungente, fredda ma non troppo, e la vita frenetica della metropoli mi aveva risucchiata già dopo i primi chilometri percorsi in quella Toyota nera che profumava di ciliegia.

La stagione dei fiori non era ancora iniziata, eppure sui rami si intravedeva una piccola chiazza che il tempo avrebbe poi colorato di rosa.
Il traffico era praticamente inesistente, nulla in confronto a quello a cui sono abituata, e l’autista mi ha spiegato che Tokyo è così. La città punta infatti ad essere la più pedonale del mondo, e le auto vengono sempre sostituite dagli efficientissimi mezzi pubblici, treni in primis.
La guida è a sinistra, proprio come a Londra, e subito ho paragonato queste due realtà così simili all’apparenza. Simili nella sinuosità dei grattacieli, delle luci che accendono la notte. Simili, appunto, ma con due anime che poi ho scoperto non si incontrano mai.
Dopo circa 50 minuti ero già arrivata a destinazione, nel mio anonimo albergo color grigio/tortora. Mi hanno offerto un tè verde profumato, e ricordo che appena entrata in stanza non vedevo l’ora di scappare via, all’esplorazione della città.
La prima cosa che mi ha colpito nella mia stanza è stata il bagno, iper tecnologico e pieno di pulsanti strani che avevo visto solo nei film. Bidet elettrico, riscaldamento della tazza, sensori di movimento: mai visto nulla del genere!
Appena uscita fuori mi sono sentita per la prima volta spaesata, catapultata in una realtà che all’epoca definii extraterrestre.
Tutto mi sembrava confusionario: le strade senza riferimenti, le insegne in una lingua incomprensibile, i volti diversi da quelli della mia terra. Eppure c’era una familiarità che ancora non so spiegare.
Il mio primo obiettivo di viaggio era raggiungere Shibuya, l’incrocio più trafficato del mondo. Prima di partire mi ero documentata sulla particolarità di questo incrocio: si stima che ogni volta che scatta il verde, e cioè ogni 2 minuti circa, qui attraversano dalle 1000 alle 2500 persone.
Roba da matti. Davvero, qualcuno direbbe che ‘ti senti piccolo’ in mezzo a tutti quei corpi in movimento, ma ‘piccolo’ è troppo riduttivo. Sei minuscolo, un puntino in mezzo alle lettere più grandi, un punto in mezzo alle T e alle R. E in quei 2 minuti in cui dovresti camminare veloce per raggiungere il lato opposto della strada, ti ritrovi lì, fermo, esattamente nel centro, abbagliato dalle luci dei maxischermi e stordito da quel vociare incomprensibile della gente.
Tokyo mi ha accolta così: prima in silenzio, con un inchino a mani giunte e un kimono rosso fuoco impreziosito da fiori di ciliegio sparsi qua e là. E poi mi ha conquistata con la sua notte viva e accesa dalle luci del progresso. Con la musica mai troppo invadente, e con i pensieri in fila indiana a contemplare il Rainbow Bridge.
Le giornate a Tokyo sono state preziose per la mia vita. Dense, frenetiche, contemplative. Ho esplorato gran parte dei suoi quartieri e ad ogni passo mi sono chiesta se anche gli altri, se anche quelle 14 milioni di persone che abitano la città, amano conoscerne ogni angolo.
Ho imparato a essere completamente dentro il mio corpo, a sentirne ogni estensione, ogni muscolo, soprattutto quando i grattacieli hanno minacciato di schiacciarmi. E sono riuscita a camminare per strada con la piena consapevolezza che, anche come punto, posso lasciare la mia traccia nel mondo.



